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218Giulio M. Facchetti

     Quanto al corpus, le epigrafi rongorongo, talora assai lunghe, forniscono in effetti una documentazione abbastanza cospicua.

     D'altro canto, non esistono motivi ragionevoli per dubitare che la lingua trascritta sia quella indigena, ossia una varietà antica del rapanui (appartenente alla famiglia linguistica polinesiana) ancora oggi parlato dai discendenti degli abitanti originari.

     In realtà, oltre al dato logico, ci sono prove esterne e interne che confermano questa asserzione.

     Sul piano esterno abbiamo infatti le "letture" di Metoro (1868) e di Ure Vaeiko (1886) che, indipendentemente dalla loro scarsa o nulla affidabilità nei dettagli, indicano chiaramente come i nativi fossero ben consci che la lingua trascritta era il rapanui.

     Una conferma interna, davvero decisiva, si trae, poi, dal calendario lunare della tavoletta C (Mamari).

     Alle righe Ca07-09 della tavoletta Mamari si legge una sequenza che Barthel nei suoi Grundlagen (1958) riconobbe come contenente un calendario lunare; l'osservazione è fondamentalmente basata sulla riconoscibilità della ripetizione per trenta volte del segno 040, la cui forma somiglia a quella di uno spicchio di luna crescente (le letture di Metoro e le liste di Jaussen confermano questa identificazione). Nel 1991 Jacques Guy, con un articolo pubblicato sul "Journal de la Société des Océanistes" e presentato in succinto su internet,35 ha solidamente confermato l'idea di Barthel, confrontando i nomi delle notti dell'antico mese rapanui ricavabili dai dati raccolti da Thomson, da Métraux e da Englert.


35 www.netaxs.com/~trance/mamari.html


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